Sezione divulgativa IT – 7 – Business Intelligence: 3 trend per un futuro alle porte

Business Intelligence: 3 trend per un futuro alle porte

Da qui al 2020: probabili scenari

 

I temi della Business Intelligence e, più in dettaglio, del suo filone trainante degli Analytics restano uno di quelli a più rapida crescita nei mercati relativi alla creazione, sviluppo e vendita di software ad uso aziendale.

Vediamo dove, probabilmente, evolverà questo scenario, indicativamente da qui a 5 anni.

La spinta è basata essenzialmente su 2 fattori:

  • Estendensione del perimetro, della portatadella BIe delle funzionalità di analisiper comprendere il crescente volumedi nuove varietàdi dati, abbracciando quindi il paradigma dei Big Data, con il relativo intreccio tra fonti eterogenee.
  • Dinamica di interazione tra utenti e questa tecnologia in veloce evoluzione, verso il self service.

Gli aspetti sfidanti, come già parzialmente detto in precedenti post, sono parecchi: necessità di creare ed adottare un corretto livello di governance sui dati, superamento dei silos di dati, superamento della potenziale anarchia dei dati disponibili, necessità di inventarsi un nuovo modo di fuire di questi dati, e delle loro interazioni.

Algoritmi e tecniche da inventare, testare, migliorare, raffinare.

Sono state identificate, da Gartner, tre tendenze principali che potrebbero avere la forza di trasformare il modo di condurre business dall’interno, usando la forza della conoscenza derivante dall’analisi e comprensione delle informazioni contenute nei dati.

Inoltre, questa analisi previsionale mi consente di evidenziare fin da subito il ruolo della “Internet della cose” – IoT, Internet Of Things – di cui parlerò in prossimi post.

Elenchiamole in ordine decrescente di distanza temporale tra oggi ed il loro verificarsi stimato:

  1. Entro il 2020, le informazioni verranno utilizzate per reinventare, digitalizzare o eliminare l’80% dei processi di business e dei prodotti del decennio precedente.
  2. Entro il 2017, più del 30% dell’accesso enterprise ai dati aziendali sarà effettuato attraverso servizi intermedi di brokeraggio dati, funzionali ad alimentare i relativi fruitori, cioè i contesti nei quali avvengono le decisioni che impattano il business.
  3. Entro il 2017, oltre il 20% delle implementazioni di analisi orientati al cliente fornirà prodotto l’inseguimento delle informazioni sfruttando la Internet delle Cose – IoT.

 

Quindi, per il primo punto: parallelamente alla crescita della IoT – dispositivi, sensori, device di ogni tipo e macchine online – cresce la capacità da parte delle “cose” stesse di generare nuovi tipi di informazioni, tipicamente in tempo reale, concorrendo attivamente alla crescita del settore industriale.

Pubblica amminsitrazione, clienti, fornitori, dipendenti, terzisti, cittadini interagiscono principalmente attraverso sistemi ICT. L’evoluzione dai processi analogici e tradizionali è in corso e sembra praticamente inarrestabile.

Inarestabile fino a comprendere anche gli elementi umani?

[Non ho le competenze filosofiche ed etiche per affrontare l’argomento ma – da persona e da padre – ci penso con un misto di preoccupazione e speranza. Purtroppo temo che il progresso etico sarà sempre più lento degli interessi economici, quindi la preoccupazione è predominante.]

Molte decisioni potrebbero diventare “algoritmiche”, basate sul giudizio automatizzato da parte di macchine, si pensi al filone della guida automatica da parte delle automobili.

In pratica, le “cose” connesse diventano agenti per se stessi, per le persone e per le aziende. Si pensi all’automobile di prima che, oltre a guidare in sicurezza, avvisa il proprio servizio ricambi per tagliandi e il servizi di emergenza in caso di guasto.

L’unione di connettività e intelligenza distribuita nelle cose, faranno sì che molte attività che oggi richiedono l’intervento umano saranno automatizzabili.

Cosa resterà dei processi analogici del 2000? Un 20% di processi non automatizzabili? Non economicamente automatizzabili?

 

In merito al secondo punto sopra elencato: un modello di Business Digitale richiede consapevolezza degli scenari, dei contesti in cui il business stesso si muove, in tempo simil-reale. Ciò implica la comprensione di ciò che accade sia dentro che fuori – nel limiti del possibile, ma limiti da estendere sempre di più – all’azienda.

I dati aziendali, presi separatamente dal resto del mondo, diverranno sempre più insufficienti a fornire il tipo di conoscenza del contesto in grado di supportare il nuovo business digitale. Si pensi al livello sempre più competitivo e alla velocità che troviamo nei campi del marketing, dei trasporti, della finanza, dell’energia, ecc.

E dove sono allora i dati da usare?

Questi dati sono sparpagliati, frammentati e purtroppo tipicamente in forma sporca, distribuiti tra migliaia di siti web, canali social, blog, forum, tweet, documenti, fax, email. Questi sono i dati che serviranno: dati privati, dati pubblici, dati chiusi e dati aperti,dati di associazioni pubbliche e private.

Il più grande database aziendale [o forse mondiale] non è il CRM o l’ERP o altri database interni, ma è il Web, con tutte le sue estensioni, alimentato da un inesorabile data entry di persone, device, sensori.

Che, contemporaneamente mi piace pensarlo ma mi pone in una visione simili fantascientifica a tinte fosche, non dormono mai e – se dormono – forniscono dati sul proprio “sonno”, sul perché dormono e cosa sognano.

In questo scenario diventa essenziale avere un nuovo strato, una nuova categoria, di servizi via cloud al servizio del business che fornisca questi dati per le successive analisi e decisioni. In sintesi, servizi con il ruolo di intermediari tra i dati esterni e gli algoritmi decisionali.

 

Sul terzo e ultimo punto possiamo dire che la rapida diffusione dell’internet delle cose creerà un nuovo stile di analisi, probabilmente orientato al cliente e ai suoi bisogni, Si pensi alla tracciabilità dei prodotti disponibile attraverso sensori sempre più piccoli ed conomici.

Informazioni non solo geospaziali ma anche di funzionamento. Si pensi a come si può rafforzare il legame azienda – cliente attraverso il costante monitoraggio del prodotto, un potenziale valore aggiunto non secondario.

Ci saranno problemi da risolvere relativamente alla mole di dati da gestire, e alla loro utilità scartando quelli che saranno ritenuti inutili e valorizzando quelli promettenti, esponendoli a clienti, partner, fornitori, governi, analisti.

Vogliamo stare fermi e guardare questa evoluzione? Io no, e come sempre, sono in prima linea [per proseguire con il paragone in stile militare si può dire: “con il datacenter in mano”?]  🙂

Daniele Vanoncini

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