Public data entry? No, grazie.

Negli ultimi giorni sembra che tutti i giornali ed altri mezzi di comunicazione si siano resi conto, urlando in modo più o meno sguaiato allo scandalo, che i social media possono rappresentare una minaccia alla democrazia.

E se ne rendono conto a marzo 2018? Dopo che sono passati:
– 20 anni dalla fondazione di Google
– 14 dalla fondazione di Facebook
– 16 dalla fondazione di Linkedin
solo per citare 3 giganti del web, che crescono, tra le varie fonti di utile, anche con il data entry dei propri utenti, ognuna con un suo modello di utilizzo diverso.

E se ne rendono conto per un utilizzo mirato di dati da parte di Cambridge Analytica su una mole di dati, presi da Facebook, relativamente piccola – 50 milioni di utenti coinvolti su una base di circa 2 miliardi di utenti – solo perché usata per fini politici?

Oggi, ognuno di noi provi a chiedersi perché ne stanno parlando?
– Perché è coinvolta una democrazia?
– Perché è coivolta l’elezione di Trump?
– Perché – per fortuna – non hanno tragedie di cui parlare in questi giorni post elezioni?

Non penso assolutamente che – pure con le dovute eccezioni di giornalisti scrupolosi e testate più oneste di altre – abbiano a cuore i singoli utenti, i singoli cittadini.

Un vantaggio lo devono avere. Essendo mezzi di comunicazione il loro obbiettivo è incrementare numero di giornali venduti, numero di ascoltatori, e di conseguenza gli introiti derivanti dalla pubblicità.

Il problema della tutela dei propri dati da utilizzi anomali è talmente macroscopico che, secondo me, è volutamente non esposto dai media. Non si vuole che il pubblico abbia consapevolezza del valore dei propri dati personali.

Quindi: silenzio tranne che per pochi rilevanti scenari.

Eppure l’analisi dei nostri dati diventa sempre più granulare, fitta, penetrante; ed essi sono – in fin dei conti – specchio online della nostra vita.

Partiamo da questi presupposti:
– Alle aziende citate sopra – come a tutte le organizzazioni del mondo – interessa una cosa sola: massimizzare il proprio profitto presente e futuro.
– Tipicamente gli utenti non hanno percezione del valore delle proprie informazioni personali e non sanno come possono essere utilizzate.

Entrando nel dettaglio dell’ultimo caso che coinvolge Facebook e Cambridge Analytica non si è trattato di una fuga di dati ma di un “utilizzo mirato da parte di una terza parte – terza rispetto alla coppia <<utente finale/Facebook>> – ottenuta attraverso una app embeddata in una pagina Facebook”.

Secondo le prime analisi Cambridge Analytica – la terza parte di cui sopra –  avrebbe sfruttato i dati personali di circa 50 milioni di utenti con l’obiettivo di modificare (in gergo si direbbe “targettizzare”) i messaggi usati durante l’ultima campagna elettorale USA.

Dalla home page di ambridge Analytica: “Usiamo i dati per cambiare il comportamento del pubblico”. Il loro obiettivo è quindi aiutare i politici ad aumentare il proprio consenso, attraverso l’analisi di grandi quantità di dati resi disponibili in varie fonti. Social media in primis.

La tecnica mediante la quale sono stati raccolti i dati è la seguente: gli utenti inseriscono i dati nella applicazione, «thisisyourdigitallife», app creata da Aleksandr Kogan, docente di psicologia a Cambridge; attraverso domande rivolte agli utenti si è risalito a varie informazioni, tra cui pagine seguite, interessi e, soprattutto, arrivare ai dati degli “amici su Facebook”. In questo modo si è passati da 270 mila utenti entry-point (quelli che hanno scaricato la app) a 50 milioni.

Questa app sarebbe stata presentata a Facebook come strumento di ricerca la cui raccolta dati sarebbe servita per fini accademici. Ciò avveniva nel 2015 quando Facebook consentiva di raccogliere anche i dati degli amici senza avvisarli (oggi le regole di visibilità dati sono differenti).

Per chi voglia approfondire provi a cercare dettagli sulla “psicometria”.

Successivamente queste informazioni raccolte sono state condivise con Cambridge Analytica, in violazione con i termini d’uso di Facebook.

Nonostante si ritiene che Facebook fosse a conoscenza del problema, ha deciso la sospensione dell’account di Cambridge Analytica solo ora, per poi difendersi con questo post:

«L’accusa secondo la quale si tratti di una fuga di dati è completamente falsa. Aleksandr Kogan ha chiesto e ottenuto l’accesso alle informazioni di utenti che hanno scelto di iscriversi al programma, e chiunque sia stato coinvolto ha dato il suo consenso».

Quindi non si è avuto uno scenario di furto di dati ma lo sfruttamento del social per collezionare dati. Questo è un punto, del modello di funzionamento dei social, che dovrebbe far riflettere.

L’esposizione volontaria o – almeno in questo caso – carpita in modo subdolo di informazioni proprie a 360 gradi: stile di vita, situazione amorosa e lavorativa, beni posseduti o semplicemente ostentati, abitudini, preferenze, paure, pensieri va a costruire un enorme database centralizzato di informazioni rilevanti, spendibli, riutilizzabili (in modi evidenti, non evidenti e in modi non ancora inventati).

Un data entry certosino, giorno dopo giorno di una massa di utenti che rasenta il 30% della popolazione mondiale.

Se pensiamo che anche i negozi fisici, le catene dei supermercati ad esempio, si sono già organizzate da tempo – attraverso le fidelity card – a profilare gli utenti si inizia ad intuire che valore possa avere un database di 2 miliardi di persone.

Ricordo che anche un semplice “testo personale” cioè un normalissimo post pubblicato su un blog o su uno dei social media più noti può essere analizzato con algoritmi appositi per costruire una profilazione (ad esempio: dall’insieme di pochi testi di un soggetto si può determinare: orientamento sessuale, orientamento politico, preferenze per categorie merceologiche, propensione al rischio di un investitore) con relativa vendita del profilo nominativo a terzi.

La profilazione presenta sicuramente anche aspetti positivi, ma ora proseguiamo su quelli potenzialmente negativi.

Sapendo cosa ci piace/non piace/spaventa, diventiamo automaticamente più malleabili, influenzabili con la possibilità di far sì che ci vengano visualizzate notizie predisposte ad hoc per far leva sulla nostra singola personalità.

Per inciso: si vedano gli esperimenti di scrittura automatica di testi da parte di intelligenze artificiali.

Quindi diventiamo INFLUENZABILI! Da terzi che lo fanno per proprio profitto.
E’ questo il punto che non accetto (e che cerco di far capire, ad esempio, ai miei figli).

Per estensione, l’influenzabilità di un singolo diventa l’influenzabilità di una massa, di un popolo.

Quindi: cosa può accadere ad una democrazia?

Sulla base di quanto esposto: serve cultura e consapevolezza fin dall’adolescenza, del valore dei propri dati e – di conseguenza – del come utilizzarli, sapendo soppesarne pro e contro ricordando che:
1. Questo “vecchio” motto è ancora valido: se un servizio è gratis, vuole dire che sei tu il prodotto.
2. I propri dati hanno/devono avere un valore “intrinseco” e la loro riservatezza va pensata fin dalla prima pubblicazione di tale dato.
3. Una volta esposto un dato, diventa quasi impossibile tutelarlo.
4. I pochi depositari delle principali moli di dati non hanno un interesse specifico a fornire tale tutela.

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8 risposte a Public data entry? No, grazie.

  1. Zorapide ha detto:

    Siamo sotto assedio
    Da tempo.

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  2. Evaporata ha detto:

    Le antiche raccolte punti per ottenere un colabrodo in regalo erano già una forma di controllo a scopo commerciale.

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  3. vikibaum ha detto:

    infatti non si tratta di una fuga di dati..è talmente facile interpretare i socials visto in quale misura i9oooooooooookfvgb 320………….eil diario giornaliero di quanto succede loro. Mai capito a chi possa interessare il tutto, ma interessa, visto che i socials si fondano su questo. Quindi…han scoperto l’acqua calda? si vuole colpire l’impero Z. ? ennesima cavolata degli ipocriti puritani USA …come quella…. e non vo oltre, ma la penso così , ciauuuu

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  4. amleta ha detto:

    In tutti i siti fanno raccolta dati. Questo però all’inizio non si sapeva. Poi si è iniziato a parlare della cessione di dati alle aziende per la pubblicità. Adesso la politica. La prossima qual’è? La catalogazione genetica forse.

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  5. etiliyle ha detto:

    Un scenario agghiacciante

    Mi piace

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