Colpevole. Cancellata.

Racconto n°1 della mia raccolta “Racconti di un cervello calvo e spettinato [RD1CCS]”. Il tema guida – come sperò diventerà evidente a chi vorrà leggerli –  è il Tempo, l’elemento che più mi affascina.

Colpevole. Cancellata.

Me lo ricordo abbastanza distintamente, nonostante siano passati parecchi secoli. Era stato un processo come tanti altri. Nessuna astuzia giuridica, o colpi di scena; nessun testimone chiave tenuto nascosto e tirato fuori come un pesante asso dalla manica al momento giusto. Quelle erano procedure umane del lontano passato – prima della “Grande Unificazione”, per fortuna ora dimenticata anch’essa – quando i processi avevano incontri e scontri tra esseri umani in vere stanze appositamente predisposte con giurati, testimoni e pubblico, con udienze rinviate per vizi di forma o notifica. Dove la scelta di una figura umana – l’Avvocato – era molte volte decisiva.

Situazioni paradossali con interpretazioni di codici e responsabilità assegnate ad altri esseri umani. Vi rendete conto che in quell’epoca lontana e dimenticata gli essere umani parlavano tra di loro? Scambiandosi suoni in un “linguaggio” – lo chiamavano così nonostante la sua rozzezza – ambiguo, interpretabile, addirittura diverso su base geografica? Confusi documenti del 1900-2050 circa che ho recentemente consultato accedendo ad una replica di un importante archivio del periodo – se ricordo bene di nome Goglee o qualcosa del genere, che probabilmente all’epoca in cui era usato era all’avanguardia  – riportano anche la figura dell'”Interprete linguistico” per acquisire e tradurre deposizioni ed atti e renderli comprensibili ad altre persone.

Esistevano pure archivi di informazioni di quel materiale chiamato carta. Erano folli! Spegnimento di esseri vegetali e disavanzo di CO2 per stampare – dicevano così per indicare una procedura di duplicazione dati – informazioni su un supporto bianco, monouso e poco resistente.

Questo di cui parlo, invece, era un processo che ci appariva moderno, automatizzato e lineare, rapido – anzi di più, praticamente immediato – incorruttibile ed anonimo. Unificato era il termine corretto. Senza spazio a sprechi e dubbi. Non ce lo potevamo permettere.

“Asettico ed inumano” – non in aggiunta ma in sostituzione direi oggi, che sono più maturo, non ancora vecchio, ma forse un po’ saggio ed i tempi e vincoli e legge e strutture della Grande Unificazione solo un ricordo.

L’unica eccezione del processo era stata la sua durata: 11 secondi, li avevo cronometrati. Un’enormità rispetto alla media e questo processo me lo ricordo proprio per due motivi, uno è questo dettaglio: la sua durata. Banale per voi, ora; ma che mi fece sudare freddo pensando di aver sbagliato qualche passaggio nella mia procedura. In fin dei conti ero solo un praticante assistente dedicato all’inserimento atti di difesa con meno di 250 anni di pratica.

L’algoritmo del  TUA – Tribunale Unico Automatizzato – aveva deciso, in quella mattina di circa 1100 anni fa, emettendo la sua decisione definitiva ed inappellabile. Inappellabile a meno di ricorso invocando la delicatissima procedura di “Bug Giuridico” e non era certo questo il caso.

Il verdetto, lo ricordo per i più giovani di adesso, consisteva in una sola parola ed un codice: “Colpevole – CUP378+SA1”. (Gli algoritmi giuridico-decisionali non brillarono mai in quanto ad eloquenza. Se avessero saputo – per quanto un algoritmo potesse avere piena coscienza di sé all’epoca – della loro evoluzione forse avrebbero prodotto da subito output migliori).

Me li ricordo distintamente quei verdetti. Ci arrivavano sul display, nel sintetico formato della Notifica Unica a ritmi serrati, ed eravamo solamente un medio studio di avvocatura di livello L2 – quindi neppure abilitati ai casi di infrazione che avessero impattato sulla salute o vita di un vivente digitalmente riconosciuto – in una media città sotto ai 100 milioni di individui.

Per comodità riporto l’articolo 378 del sintetico CUP – Codice Unificato delle Pene – dell’epoca, 3 commi piuttosto chiari cui aggiungo solo il significato degli acronimi:

  1. Il condannato al CUp378 venga isolato da ogni altro essere vivente, fino al sopraggiungere della sua morte naturale o autoindotta, in ambiente olografico-immersivo configurato a suo piacimento, presso la SUCV – Struttura Unificata di Contenimento Virtuale – in una cella di classe C4.
  2. La configurazione olografica viene proposta dal condannato e validata dal CUVRR – Comitato Unico di Validazione delle Realtà Ristrette.
  3. Sanzione accessoria (indicata in sentenza con codice “+SA1″): immediata ed irrevocabile cancellazione dell’identità digitale del condannato dal DU.”

Il DU non credo che necessiti di essere ricordato. Quel Database Unico delle identità digitali, oggi esplicitamente vietato nella nostra nuova e giovane Costituzione.

All’epoca il CUP378 era considerato “l’ergastolo evoluto” o “l’ergastolo libero”.

A modo suo ci sembrava una grande conquista etica. Insieme all’eliminazione della pena di morte che aveva macchiato la coscienza collettiva nei millenni precedenti, ora solo un ricordo. Ci ritenevamo quindi un popolo evoluto e migliore; avevamo inventato l’evoluzione dell’ergastolo trasformandolo in una pena indolore in quanto il condannato poteva scegliere la configurazione virtuale della sua cella, facendosi incarcerare – all’epoca il termine in voga era “contenimento virtuale” – nello scenario che preferiva.

“Siamo diventati un popolo migliore?” – Me lo sono chiesto alcune volte.

Aborriamo la violenza in ogni sua forma anche verso chi ha sbagliato e tuteliamo il nostro popolo isolando i criminali. Non uccidendoli ma isolandoli e – per i casi più gravi – cancellandoli irrevocabilmente dal DU. Non meritano di essere individui digitalmente riconosciuti; quindi con una pulita procedura non risultano più esistenti.

“Non risultano”. Era tranquillizzante pensarlo.

Le celle di classe C4 – quindi progettate per il lungo contenimento – avevano un modesto generatore di Realtà, limitato nelle funzionalità come da regolamento. Ne è conservata una fedele riproduzione, se ben ricordo, nel “Museo Giuridico” della Capitale. Non più funzionante da tempo. Ma a chi potrebbe interessare oggi quel cimelio antiquato?

Era la centoquarantottomilacentoottantunesima volta che il CUP378 veniva applicato in quell’anno. Relativamente rara la sanzione SA1 della cancellazione ma nulla di eclatante. Molto spesso applicata per consentire risparmi, a volte ingenti, per il conseguente annullamento dell’asse ereditario del condannato.

Un anno anonimo – quello – in cui, forse, l’evento principale fu l’edizione 225 delle Olimpiadi della mente. Uniche anch’esse in regolamento e svolgimento, ovviamente. E tale unità sembrava pure sensata.

Ero giovane, ligio e preciso. Non c’era alternativa. Stavo contribuendo al regolare funzionamento del miglior tribunale del miglior mondo unificato possibile. E quindi feci – credo con pure una punta di orgoglio – il mio dovere come ogni giorni e portai immediatamente la Notifica all’addetto carcerario del Tribunale.

Tutte le formalità giuridiche erano inevitabilmente rispettate. E non solo quelle. Tutte le formalità di ogni campo erano procedurizzate.

Come dar torto all’algoritmo giuridico decisionale per sua condanna? Questa domanda non ce la facevamo mai. Il comportamento dell’imputato era stato troppo pericoloso. Negli atti d’accusa del processo risultava chiaramente che aveva cercato di leggere e diffondere idee e cultura dell’antico Stato noto come Italia. Aveva pure richiamato delle antiche pratiche mentali usate in una zona del globo non ben definita, chiamata “Oriente”. Mi fu impossibile trovare un minimo appiglio giuridico a tali accuse. Aveva creato disordine in una organizzazione perfetta. Aveva fatto pensare fuori standard. Aveva sollevato il concetto di consapevolezza e di individualità. Tutto troppo pericoloso; addirittura incomprensibile al tempo.

“Aveva creato disordine nell’organizzazione più inumana che potesse esistere” – questo ora penso.

Ci recammo nella camera pre-carceraria dell’imputato; io non potevo entrare ma guardai la scena dal monitor esterno.

Era alta e magra e nella tuta meccanizzata di sicurezza mi sembrava l’essere più pericoloso che avessi mai incontrato. Ed aveva soltanto 183 anni più di me. Cosa avrebbe potuto compiere se lasciata libera? Di lei – o meglio di quel momento in cui la vidi – non ricordo altro.

L’addetto – senza titubare – le ordinò di alzarsi e proiettò tra loro l’atto ufficiale.
Lei guardò l’ologramma andando subito verso la fine e la vidi accasciarsi, sostenuta dalle funzioni d’emergenza della tuta.
“Sai leggere?” – le chiese indicando l’ultima riga dell’ologramma.
La sentii scandire: “Colpevole… CUP378…  Ergastolo. Con la cancellazione…”

Un momento di silenzio ed aggiunse: “Me lo aspettavo. So cosa significa…” Cercò di allargare le le mani in un gesto desolato, ma era semi immobilizzava dalla tuta.

“Firmalo cerebralmente” disse secco l’addetto rispettando fedelmente  il protocollo. Con la firma si spense la proiezione dell’atto e l’addetto uscì. Il suo compito era finito.

La guardai negli occhi attraverso i monitor. Sapevo – anzi sapevamo entrambi – che non ci saremmo mai più rivisti. In realtà ci sbagliavamo, ma non potevamo immaginarlo. Lei mi parse stranamente leggera nonostante i vincoli elettromeccanici della tuta. Nonostante la condanna.

Da quel preciso istante cessava di vivere per noi, al di fuori della SUCV. Lei nella SUCV, noi fuori.

La prima volta in cui vidi una persona andare verso la SUCV mi fece un effetto strano. Di pulizia del mondo. Ma non in quel caso. Evidentemente la mia coscienza stava evolvendo. Forse erano i primi sintomi di evoluzione di coscienza collettiva che stava emergendo? Non l’ho ancora capito.

Il secondo motivo per cui ricordo questo processo è la scelta della Realtà Ristretta che venne richiesta dalla condannata: chiese di avere accesso ad una copia di tutto quanto fosse stato scritto fino a quel giorno trasformando di fatto la sua cella in una Biblioteca Universale. Richiesta curiosa. “Che spreco.” – Pensai.

Tutti i libri furono resi virtualmente disponibili nella sua cella: 6 pareti brevettate – un perfetto cubo, virtualmente senza confini. Confini solo verso di noi: i “liberi”. Le parve immediatamente la più ampia biblioteca del mondo.

“Sarà la mia biblioteca” – Pensò. Dedicò almeno 3 giorni a visitare a caso i locali virtuali di quella sua biblioteca olografica. Scaffali a perdita d’occhio. Iniziò a guardare distrattamente libri inimmaginabili. Argomenti di nicchia, lontani dal suo interesse. Lingue sconosciute. Argomenti e scienze dimenticate. Il tutto con curiosità ed emozione crescente. Assolutamente indistinguibile dal vero.

Testò il sistema di neuro interazione con la “sua” nuova realtà: pensava ad un argomento e una neuro risposta gli dava una simil “memoria indotta” dei libri che ne parlavano. Così poteva scegliere mentalmente. Bastava restare all’interno della sua scelta di configurazione della SUCV e dei vincoli del regolamento.

Iniziò materializzando un antico manoscritto. Una replica perfetta tranne – sniff.. sniff… – un odore particolarmente acido. “Muffe? Forse – pensò – l’odore di alcuni libri del Medioevo era meno nauseabondo di quello simulato.”

“Sarà? No, E’! E’ ora… E’ mia. La mia biblioteca” – Pensò che non l’aveva mai avuta. In realtà nessuno l’aveva mai avuta prima di lei. Di quella classe, completezza, raggiungibilità.

“Come può essere mia?” – si chiese – “Non mi basterà il tempo residuo della mia vita. Ho trapiantato solo alcuni organi vitali ma non tutti. Per essere mia, inoltre, la devo condividere.” Maledisse alcuni investimenti sbagliati del passato che le avevano impedito la liquidità per un trapianto completo o una dematerializzazione almeno parziale. Stimò il suo futuro piuttosto breve, a causa dell’inevitabile deterioramento delle sue residue strutture organiche, in poche decine di secoli.

“Forse potrò leggere un miliardesimo di questi testi e capirne magari uno solo. Capirlo, leggerlo e rileggerlo. Immedesimarmi, sognarmi in lui, innamorami di lui, essere in lui. Amarlo.” – Pensò con un accenno di malinconia.

“Devo sceglierli con cura ed essere metodica nella scelta e nella lettura.” – si disse.

Sembrava che ci fosse davvero tutto e mentalmente il suo cubo metallico sembrò definitivamente dissolversi. Le pareti non sono confini per la mente.

Quindi ora bisognava fare sul serio. Sfogliò con delicatezza l’antico manoscritto che aveva in mano, prendendo consapevolezza del suo vincolo temporale. Quel manoscritto non lo avrebbe più rivisto. Forse nessun altro lo avrebbe mai più aperto. Era una sua questione di priorità. Rimise il libro al suo posto.

Si concentrò un momento su cosa fosse davvero importante per la sua esistenza. Non aveva dubbi, la lista di argomenti era lunga ma chiarissima. Trovò il primo volume che cercava in pochi secondi; nonostante la quantità di libri la classificazione ed interazione mentale per cercarli erano perfette ed efficaci.

Si sedette a quell’unico tavolo centrale che si sarebbe consumato con lei. Quello non era virtuale ma che differenza faceva?

Guardò distrattamente la luce della camera di  sorveglianza sopra alla sua testa, abbassò al minimo la luce entrante dal monitor che dava verso una città che le parve incolore  – il roseo sole artificiale era ancora sufficientemente forte da infastidire se guardato direttamente – cercò le cornee addizionali da lettura notturna nel taschino della scomoda tuta, le accese ed iniziò a leggere… sorridendo…

Rilassò le spalle… sorrise di nuovo… chiuse un momento gli occhi.

Ne era sicura.

Nessun ergastolo le parve mai così breve.


Ero giovane, ligio ed omologato. Ero solo all’inizio della mia evoluzione, in realtà. Oggi mi chiedo, sdraiato nel mio consunto modulo vitale: “Chi era davvero incarcerato? 215 anni fa – al termine della Grande Unificazione – fu lei a liberare noi o noi a liberare lei?”

 

 

 

 

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