Riflessione di oggi

Alcuni giorni fa, durante una discussione con una persona mi è stato chiesto: “cosa intendo, ora in mezza età ed i figli quasi in giro per il mondo, con il termine: diventare saggio”?

Al momento non avevo la risposta pronta, ho provato a pensarci un po’ ed ora inizio a rispondere. E’ solo un inizio.

Con il concetto di “mezza età” non intendo avere più di x anni, ma il fatto di aver superato – nel mio caso, credo da almeno 5 anni – quello che è un confine importante, non temporale in senso stretto ma concettuale, interiore, evolutivo.

Questo confine è rappresentato dall’aver oltrepassato quel momento in cui si vede la parabola della propria vita entrare nella sua seconda metà, quella che interpreto come discendente (per certi aspetti) ed introspettiva; che deve portarmi inevitabilmente alla morte, della quale è meglio metabolizzarne in profondità, possibilmente senza assilli e fretta ma in profondità, il concetto.

Le sue conseguenze – quelle temporalmente antecedenti all’atto – in modo da darsi priorità e direttive.

Il passaggio verso la percorrenza della seconda metà della mia parabola l’ho sentito come un vero e proprio punto di svolta: che obiettivo mi devo dare? La mia maturazione. Sento che ciò che prima cercavo “al di fuori” ora devo “cercarlo al di dentro” dando meno importanza alla realtà esteriore. Vi intravedo anche un percorso di minimizzazione di beni e consumi materiali.

Possibilità, luoghi, tempi, risorse diversi dalla prima metà temporale. Volente o nolente devo accettare che alcune porte, possibilità, scelte mi sono ormai precluse e devo accettare di non essere diventato un Bach, Einstein, Gandhi, Leopardi o Galileo.

Illusioni e idee di molti progetti non sono più realistiche; devo filtrare quelli non troppo visionari e concentrarmi su pochi, quelli che realmente contano.

Senza auto-svalutarmi vedendomi invecchiare o buttarmi via rammollendomi.

Senza arroccarmi su posizioni sempre più vecchie ed insostenibili, senza nostalgia o depressione oppure identificandomi con alcuni dei miei ruoli al lavoro o in altre cerchie sociali. Concentrandomi su di me e sugli aspetti, ad ora inespressi, della mia personalità.

Senza perdere troppo tempo nel guardare solo indietro, verso il passato o – peggio – rimanendo o ritornando bambino in eterno. E senza escludere le interazioni con gli altri chiudendomi – sintomo di orgoglio e mancanza di umiltà – ai contatti con gli altri. Aprendomi di più, confrontandomi.

Senza irrigidirmi su principi del passato, ragionando per stereotipi e diventando un vecchio pedante.

Senza pensare di poter “risolvere questa situazione, dubbio, vuoto, instabilità” trasferendomi in un altro Paese o cambiando lavoro o risposandomi o altro tipo di cambiamento radicale solo per il gusto di cambiare. Serve qualcosa di più profondo, maturo, razionale.

Senza disperdermi nella esteriorità.

Senza zittire sul nascere pensieri, emozioni quando affiorano. Valorizzarli piuttosto, ascoltarli.

Evolvendo da una vista ed analisi di superficie ad una più profondità, dall’esteriorità all’interiorità.

In sintesi, accettare realisticamente e pacificamente il trascorrere del tempo (eccolo, il tempo, che torna nei miei pensieri oggi con accezione malinconica), con i relativi limiti, vincoli e le responsabilità e conseguenze derivanti dalle azioni compiute in  quella parte della mia vita ormai passata, lasciando quindi che avvenga interiormente il processo di lasciare “nascere la morte in me”. Comprenderne il suo significato per poi arrivarvi con una certa naturalezza, inquadrandola; affrontando quindi un problema mica da ridere: che atteggiamento ho ora, avrò poi, dovrei avere davanti alla morte?

Se riuscirò a credere in un’altra vita dopo la morte allora la morte stessa diventa una meta ragionevole. In quest’ottica significa comunque intravedere una sopravvivenza e non una fine buia.

Morte non come “fine del percorso della vita” ma come “punto finale, obiettivo, compimento e completezza del percorso stesso della vita”. Facile a dirsi, ma probabilmente profondo e vero. Ma da digerire piuttosto duro e psicologicamente contraddittorio, per lo meno per il mio sviluppo intellettuale attuale. Tempo biologico e tempo psicologico mi sembra stiano facendo a cazzotti tra loro. Ma è una legge naturale ineluttabile.

Morte come scopo di tutta la vita? Sembra un ribaltamento di quanto pensavo, cioè del “morte come fine della vita”. Non la avevo mai considerata, prima di pochi giorni fa, sotto questo punto di vita. Vedendola come “un fine e non come la fine” direi che ha una implicazione importante: pensarla senza più paura e vivere quanto mi resta nel modo più pieno possibile.

Che evoluzione serve per arrivare a questo modo di pensare e alla relativa calma che ne può derivare? Dovrei capire cosa significhi sperimentare il divino, percepirlo in me.

Abbandonandomi a Lui.

Mi sembra interessante – direi vitale ma suonerebbe inutilmente ironico – e da approfondire. Servirà sicuramente tempo.

Si potrebbe dire che devo sviluppare il Sé, unione di conscio ed inconscio. Credo che la meditazione mi possa aiutare in questo percorso.

Credo che per realizzare questo percorso, questo compito dovrò abbandonami a Dio.

La religione potrebbe fornirmi forma e struttura in cui crescere e svilupparmi. Forse seguirne una potrei considerarlo come “una scuola per una persona di mezza età per affrontare le prove da qui alla fine” e potrebbe aiutarmi a costruire questa struttura interiore che inizio ad intravedere nella sua completezza.

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5 risposte a Riflessione di oggi

  1. le hérisson ha detto:

    che dire? da tutto questo tuo ragionamento mi par proprio che sei già saggio o per lo meno sulla giusta via per accrescere la tua saggezza.
    Mi piacciono molto alcuni punti che hai esposto come accettati, mentre altre persone arrivate a questo “mezzo del cammin” non accettano (diventando così patetici ai miei occhi).
    Sul discorso morte, invece, mi son persa un po’ ^_^ , anche perché per certi versi mi pare prematuro, per altri troppo tardi.
    Bel pezzo… davvero bella riflessione.

    ps: tempo biologico e psicologico fan spesso a cazzotti in ciascuno di noi e non sempre allo stesso modo (mi sento dire che son vecchia dentro da quando avevo 5 anni… pensa te come son messa ahahahahah una prece e un lumino in mia memoria)

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  2. mocaiana ha detto:

    Anche io sono nel girone di ritorno e penso alla morte come a una trasformazione, non a una fine o a un punto finale. Quello che il mondo chiama morte il bruco lo chiama diventare farfalla -ho letto per caso molto tempo fa ed è stato così per sempre, almeno per me. Ma forse al momento buono avrò paura, non so. Mi piace questo tuo post, è una bella età che ci si apre e le tue parole la illustrano benissimo.

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  3. Pendolante ha detto:

    Condivido molto di quello che dici, oltre la condizione di “mezza età”, ma non credo in nessuna religione salvifica, semmai consolatoria e non è nelle mie corde.

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    • dv8888 ha detto:

      Al momento non credo neppure io in nessuna religione ma sto facendo questo ragionamento. Provo a studiarne una perché potrebbe farmi nascere domande importanti. Le risposte che poi quella singola religione fornisce sono altro filone e li valuterò. L’aspetto di fondo è: dalle domande, che non è detto riesca a farmi da solo con la stessa profondità potrebbe nascerne la fede.

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